Soldi ai partiti, ecco la vera truffa

Ammettiamo che anche un giornale non particolarmente emotivo di fronte alle spese pazze dei vari partiti finiti coinvolti nei TanzaniaGate, TrotaGate, DiamantiGate e LusiGate non possa resistere alla tentazione di alzare il sopracciglio, e di osservare con sguardo perplesso la facilità con cui alcuni partiti hanno distribuito per anni, attraverso i loro tesorieri, una quantità non indifferente di paghette non sempre, diciamo, dettagliatamente documentate e giustificate.
22 AGO 20
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Ammettiamo che anche un giornale non particolarmente emotivo di fronte alle spese pazze dei vari partiti finiti coinvolti nei TanzaniaGate, TrotaGate, DiamantiGate e LusiGate non possa resistere alla tentazione di alzare il sopracciglio, e di osservare con sguardo perplesso la facilità con cui alcuni partiti hanno distribuito per anni, attraverso i loro tesorieri, una quantità non indifferente di paghette non sempre, diciamo, dettagliatamente documentate e giustificate. Abbassato però il sopracciglio – e metabolizzata anche l’ultima storia legata all’indagine che stavolta ha colpito in persona il capo della “Family” leghista, Umberto Bossi – quello che stupisce nelle reazioni indignate degli osservatori imbronciati che da mesi sguazzano tra le carte di Lusi, Belsito e compagnia pagante è l’assenza di un qualsivoglia giudizio sulla vera truffa che sta alle origini delle varie (presunte) truffe nella gestione dei tesoretti di alcuni partiti. La truffa è quella messa in piedi dai partiti, dopo il referendum del 1993 che abrogava il finanziamento pubblico ai partiti, reintroducendo sotto mentite spoglie lo stesso finanziamento pubblico ai partiti, limitandosi a cambiare soltanto la motivazione dell’erogazione, passando dalla parola “finanziamento” alla parola “rimborso”. Più o meno con la stessa scioltezza – che è poi la vera anima truffaldina della nostra cultura politica – con cui l’abolizione, sempre per via referendaria, del ministero dell’Agricoltura fu immediatamente vanificato – oplà – dalla creazione del ministero delle Politiche agricole.

Non ha dunque molto senso scandalizzarsi oltre il dovuto (ma va da sé che qui il dovuto è abbondante) per il pessimo uso che associazioni private quali sono i partiti, che nessuno s’è mai preoccupato di normare, continuano a fare dei soldi messi dallo stato nella loro legittima disponibilità, grazie a una finzione formale di cui pressoché tutti (compresi vari attuali indignati) sono stati consapevoli conniventi. Considerando che è questo il peccato d’origine delle spese pazze dei tesorieri, è ovvio che il nodo dei soldi ai partiti non verrà sciolto fin quando i Bersani, i Casini e gli Alfano che oggi si battono per rivedere le misure del finanziamento continueranno a parlare di “finanziamento” dimenticando, ohibò, che i finanziamenti ai partiti sono stati aboliti diciannove anni fa. L’unico modo per regolamentare il rapporto tra soldi e partiti è quello di introdurre nel nostro sistema una forma di fund raising trasparente, anche nel rapporto eventuale con lobby finanziatrici a loro volta trasparenti: e di sicuro un buon compromesso è quello suggerito tempo fa sul Sole 24 Ore da Luigi Zingales con la cosiddetta proposta “Lessig” (con donazione massima per ogni individuo di 100 dollari per ciascun candidato e con lo stato che a sua volta raddoppierebbe la cifra raccolta). Al di là però delle singole proposte, resta il fatto che fin quando i partiti non risolveranno il loro peccato originale, l’ipocrisia non potrà che regnare sovrana, e noi tutti non potremo che continuare a chiederci se l’Umberto Bossi che con tono sprezzante e insieme giocoso continua ad affermare che “i soldi della Lega sono nostri e noi ci facciamo quello che vogliamo”, in fin dei conti non abbia anche lui un briciolino di ragione.